The essay is devoted to two important figures in early seventeenth–century Venice, the rabbi and man of letters Leon Modena, and the poet Sara Copio Sullam, both of them distinguished representatives of a way of relating to contemporary society, inside and, above all, outside the walls of the ghetto, determined to set up an intercultural dialogue that might combine a proud vindication of their identity with the expression of contemporary thought and creativity. The cultural initiatives and the web of relations they promoted reveal a lucid awareness of their capacities in both areas, and even had an impact on the world outside, involving in various ways figures who were by no means secondary, such as the Genoese man of letters Ansaldo Cebà and Baldassarre Bonifacio, who were not, however, always equally open culturally. The essay considers two of Modena’s literary and dramatic “rescues”, one of the pastoral drama «I Trionfi» by Angelo Alatini (or Alatrini), written before 1575 at the Este court in Ferrara (which in 1573 had witnessed the première of Tasso’s «Aminta») and printed in Venice in 1611; the other of the sacred tragedy «L’Ester», originally written by Salomon Usque with the collaboration of Lazzaro di Graziano Levi, performed in Venice around 1559, and then “revised” by Modena before being published there in 1619, with a dedicatory letter addressed to Copio. Copio’s poetry (fourteen sonnets) and her polemical work (the «Manifesto» she composed to reply to Bonifacio’s accusation that she denied the immortality of the soul) are both controversial, starting from their attribution, a question that is still more complex in the case of the «Codice di Giulia Solinga», a prosimetric manuscript pamphlet in defence of the author as regards her relations with the poet Numidio Paluzzi and the painter Alessandro Berardelli down to the mid 1620s. Particular attention is given to Cebà’s «Letters» to Copio (printed in 1623), the result of a long–distance relation between the two, which began with Copio’s admiration for Cebà’s poem «La Reina Esther» (published for the first time in 1615), and which continued for four years, from 1618 to 1622. Apart from what they have to say, the significance of figures like Modena and Copio lies in the strong, inescapable urgency of their openness to dialogue, their harmony with the more positive side of the early seventeenth–century Jewish community, where personalities of remarkable religious, intellectual and artistic–literary temper managed to work, each with the means available to them, with a view to a society and culture in which a different religion did not mean subordination but mutual enrichment.

Il saggio è dedicato a due importanti figure della Venezia primosecentesca, il rabbino e poligrafo Leon Modena, e la poetessa Sara Copio Sullam, rappresentanti illustri di un modo di rapportarsi alla società contemporanea, dentro e soprattutto fuori dalle mura del ghetto, con la risoluta intenzione di istituire un dialogo interculturale, aprendosi ad un confronto che intende avvicinare l’orgogliosa rivendicazione della propria identità alle espressioni del pensiero e della creatività contemporanei. Le iniziative culturali e la rete di rapporti da questi promosse rivelano una lucida consapevolezza delle proprie capacità intellettuali e relazionali, ed arrivano ad incidere sulla realtà circostante, coinvolgendo a vario titolo personaggi niente affatto secondari, quali in primo luogo Ansaldo Cebà e Baldassarre Bonifacio, non sempre però mossi da altrettanto aperte esigenze comunicative. Del Modena sono presi in considerazione due “recuperi” letterari e drammaturgici da lui attuati, relativi l’uno alla favola pastorale «I Trionfi» di Angelo Alatini (o Alatrini), composta prima del 1575 nella stessa Ferrara estense che aveva assistito nel 1573 alla “prima” dell’«Aminta» del Tasso, e stampata a Venezia nel 1611; l’altro, alla tragedia sacra «L’Ester», originariamente scritta da Salomon Usque con la collaborazione di Lazzaro di Graziano Levi, andata in scena nella città lagunare attorno al 1559, quindi «riformata» dal Modena, per essere lì pubblicata nel 1619, con la lettera dedicatoria rivolta proprio alla Copio. Di quest’ultima sono indagate la produzione poetica (quattordici sonetti) e quella polemica (il «Manifesto» da lei composto per controbattere l’accusa rivoltale dal Bonifacio di negare l’immortalità dell’anima), ambedue controverse a partire dalla loro stessa attribuzione, questione che in misura ancor più complessa riguarda il «Codice di Giulia Solinga», «pamphlet» prosimetrico manoscritto in difesa dell’autrice, relativo alle vicende che la coinvolgono sino alla metà degli anni Venti del secolo, ruotanti attorno al poeta Numidio Paluzzi ed al pittore Alessandro Berardelli. Un interesse particolare è dedicato alle «Lettere» del Cebà indirizzate alla Copio (stampate nel 1623), frutto di un rapporto “a distanza” fra i due interlocutori, nato dall’ammirazione della poetessa per il poema «La Reina Esther» del letterato genovese (edito per la prima volta nel 1615), ed estesosi nell’arco di quattro anni, dal 1618 al 1622. Oltre che nei messaggi di cui sono portatrici, il significato di figure quali il Modena e la Copio risiede in una forte, imprescindibile urgenza dell’apertura al dialogo, in sintonia con il versante più propositivo della comunità ebraica d’inizio Seicento, dove personalità di singolare tempra religiosa, intellettuale ed artistico–letteraria riescono ad operare, ciascuna con i mezzi a sua disposizione, in vista di una società e di una cultura in cui la diversità di culto non sia sinonimo di subalternità, bensì di arricchimento reciproco.

Presenze della cultura ebraica nella Venezia del primo Seicento / Sarnelli, Mauro. - In: STUDI VENEZIANI. - ISSN 0392-0437. - XLVII:(2004), pp. 165-176.

Presenze della cultura ebraica nella Venezia del primo Seicento

SARNELLI, Mauro
2004

Abstract

Il saggio è dedicato a due importanti figure della Venezia primosecentesca, il rabbino e poligrafo Leon Modena, e la poetessa Sara Copio Sullam, rappresentanti illustri di un modo di rapportarsi alla società contemporanea, dentro e soprattutto fuori dalle mura del ghetto, con la risoluta intenzione di istituire un dialogo interculturale, aprendosi ad un confronto che intende avvicinare l’orgogliosa rivendicazione della propria identità alle espressioni del pensiero e della creatività contemporanei. Le iniziative culturali e la rete di rapporti da questi promosse rivelano una lucida consapevolezza delle proprie capacità intellettuali e relazionali, ed arrivano ad incidere sulla realtà circostante, coinvolgendo a vario titolo personaggi niente affatto secondari, quali in primo luogo Ansaldo Cebà e Baldassarre Bonifacio, non sempre però mossi da altrettanto aperte esigenze comunicative. Del Modena sono presi in considerazione due “recuperi” letterari e drammaturgici da lui attuati, relativi l’uno alla favola pastorale «I Trionfi» di Angelo Alatini (o Alatrini), composta prima del 1575 nella stessa Ferrara estense che aveva assistito nel 1573 alla “prima” dell’«Aminta» del Tasso, e stampata a Venezia nel 1611; l’altro, alla tragedia sacra «L’Ester», originariamente scritta da Salomon Usque con la collaborazione di Lazzaro di Graziano Levi, andata in scena nella città lagunare attorno al 1559, quindi «riformata» dal Modena, per essere lì pubblicata nel 1619, con la lettera dedicatoria rivolta proprio alla Copio. Di quest’ultima sono indagate la produzione poetica (quattordici sonetti) e quella polemica (il «Manifesto» da lei composto per controbattere l’accusa rivoltale dal Bonifacio di negare l’immortalità dell’anima), ambedue controverse a partire dalla loro stessa attribuzione, questione che in misura ancor più complessa riguarda il «Codice di Giulia Solinga», «pamphlet» prosimetrico manoscritto in difesa dell’autrice, relativo alle vicende che la coinvolgono sino alla metà degli anni Venti del secolo, ruotanti attorno al poeta Numidio Paluzzi ed al pittore Alessandro Berardelli. Un interesse particolare è dedicato alle «Lettere» del Cebà indirizzate alla Copio (stampate nel 1623), frutto di un rapporto “a distanza” fra i due interlocutori, nato dall’ammirazione della poetessa per il poema «La Reina Esther» del letterato genovese (edito per la prima volta nel 1615), ed estesosi nell’arco di quattro anni, dal 1618 al 1622. Oltre che nei messaggi di cui sono portatrici, il significato di figure quali il Modena e la Copio risiede in una forte, imprescindibile urgenza dell’apertura al dialogo, in sintonia con il versante più propositivo della comunità ebraica d’inizio Seicento, dove personalità di singolare tempra religiosa, intellettuale ed artistico–letteraria riescono ad operare, ciascuna con i mezzi a sua disposizione, in vista di una società e di una cultura in cui la diversità di culto non sia sinonimo di subalternità, bensì di arricchimento reciproco.
The essay is devoted to two important figures in early seventeenth–century Venice, the rabbi and man of letters Leon Modena, and the poet Sara Copio Sullam, both of them distinguished representatives of a way of relating to contemporary society, inside and, above all, outside the walls of the ghetto, determined to set up an intercultural dialogue that might combine a proud vindication of their identity with the expression of contemporary thought and creativity. The cultural initiatives and the web of relations they promoted reveal a lucid awareness of their capacities in both areas, and even had an impact on the world outside, involving in various ways figures who were by no means secondary, such as the Genoese man of letters Ansaldo Cebà and Baldassarre Bonifacio, who were not, however, always equally open culturally. The essay considers two of Modena’s literary and dramatic “rescues”, one of the pastoral drama «I Trionfi» by Angelo Alatini (or Alatrini), written before 1575 at the Este court in Ferrara (which in 1573 had witnessed the première of Tasso’s «Aminta») and printed in Venice in 1611; the other of the sacred tragedy «L’Ester», originally written by Salomon Usque with the collaboration of Lazzaro di Graziano Levi, performed in Venice around 1559, and then “revised” by Modena before being published there in 1619, with a dedicatory letter addressed to Copio. Copio’s poetry (fourteen sonnets) and her polemical work (the «Manifesto» she composed to reply to Bonifacio’s accusation that she denied the immortality of the soul) are both controversial, starting from their attribution, a question that is still more complex in the case of the «Codice di Giulia Solinga», a prosimetric manuscript pamphlet in defence of the author as regards her relations with the poet Numidio Paluzzi and the painter Alessandro Berardelli down to the mid 1620s. Particular attention is given to Cebà’s «Letters» to Copio (printed in 1623), the result of a long–distance relation between the two, which began with Copio’s admiration for Cebà’s poem «La Reina Esther» (published for the first time in 1615), and which continued for four years, from 1618 to 1622. Apart from what they have to say, the significance of figures like Modena and Copio lies in the strong, inescapable urgency of their openness to dialogue, their harmony with the more positive side of the early seventeenth–century Jewish community, where personalities of remarkable religious, intellectual and artistic–literary temper managed to work, each with the means available to them, with a view to a society and culture in which a different religion did not mean subordination but mutual enrichment.
Presenze della cultura ebraica nella Venezia del primo Seicento / Sarnelli, Mauro. - In: STUDI VENEZIANI. - ISSN 0392-0437. - XLVII:(2004), pp. 165-176.
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