I riferimenti alla Gigantomachia, lo scontro primordiale in cui gli dèi olimpici guidati da Giove reprimono il tentativo di sovvertimento del loro potere, emergono numerosi, più o meno espliciti, in diverse opere poetiche tardoantiche, soprattutto di natura encomiastica. In particolare in Claudiano, sul quale è incentrato precipuamente questo breve intervento, il tema registra una frequenza che è stata definita ossessiva; e anche in Sidonio Apollinare ricorre con una qualche predilezione. Nei componimenti di questi scrittori il mito si declina in vari aspetti: 1. Vere e proprie Gigantomachie ‘complete’: Claudiano scrisse due Gigantomachie, una in greco – di cui ci restano due frammenti –, l’altra in latino – carm. min. 53: ancora si discute la questione se il testo sia da considerarsi compiuto o incompiuto; Sidonio Apollinare fa cantare una Gigantomachia a Orfeo nel carme 6, la prefazione al panegirico per Avito, vv. 15-28; una versione più breve propone nel carme 9, 88-93, una preterizione, e ancora un’altra nel carme 15, 17-31, dove l’evento è raffigurato sullo scudo della dea Pallade che nella Gigantomachia aveva svolto un ruolo fondamentale. 2. E inoltre momenti, personaggi, o anche semplici richiami, allusioni che però evocano la vicenda costituendo comunque a loro volta delle Gigantomachie – quasi per metonimia / sineddoche potrei dire. Di qui il termine in tondo e al plurale nel titolo di questo studio, che attiene non solo ai poemetti dedicati all’argomento, ma a una molteplicità di Gigantomachie nel senso anche di diffrazione del racconto nei testi, con tutte le sue potenzialità di attualizzazione e di rifunzionalizzazione. Il discorso mostra almeno un duplice interesse. Da un lato l’interpretazione simbolica del mito sfruttato in senso politico in diversi contesti a proposito degli oppositori di Roma: i barbari in primo luogo; dall’altro lato e nel contempo il suo valore metaletterario, il suo possibile utilizzo cioè in funzione specificamente panegiristica. Dunque il mito che si fa poesia e le interazioni tra il potere e la poesia che ripropone il mito. E il potere che diventa ‘mito’, il mito dei vincitori, proprio attraverso la poesia: il canto dei Giganti da Giove sconfitti ben si presta a esprimere anche, implicitamente, una qualche ambizione teorica nei rapporti tra poesia e potere. A questo si aggiunge il gusto preziosistico del dettaglio, il descrittivismo iconico di personaggi e azioni, ovvero l’ottica ecfrastica, l’atteggiamento da spettatore di fronte alla realtà: lo sguardo del poeta volentieri si posa su scene di indubbio pathos e attitudini teatrali, e le percepisce e le esibisce al lettore/ascoltatore nelle loro caratteristiche visive, plastiche.

Mito, poesia, potere. Gigantomachie latine tardoantiche / Bruzzone, Antonella. - (In corso di stampa).

Mito, poesia, potere. Gigantomachie latine tardoantiche

Bruzzone antonella
In corso di stampa

Abstract

I riferimenti alla Gigantomachia, lo scontro primordiale in cui gli dèi olimpici guidati da Giove reprimono il tentativo di sovvertimento del loro potere, emergono numerosi, più o meno espliciti, in diverse opere poetiche tardoantiche, soprattutto di natura encomiastica. In particolare in Claudiano, sul quale è incentrato precipuamente questo breve intervento, il tema registra una frequenza che è stata definita ossessiva; e anche in Sidonio Apollinare ricorre con una qualche predilezione. Nei componimenti di questi scrittori il mito si declina in vari aspetti: 1. Vere e proprie Gigantomachie ‘complete’: Claudiano scrisse due Gigantomachie, una in greco – di cui ci restano due frammenti –, l’altra in latino – carm. min. 53: ancora si discute la questione se il testo sia da considerarsi compiuto o incompiuto; Sidonio Apollinare fa cantare una Gigantomachia a Orfeo nel carme 6, la prefazione al panegirico per Avito, vv. 15-28; una versione più breve propone nel carme 9, 88-93, una preterizione, e ancora un’altra nel carme 15, 17-31, dove l’evento è raffigurato sullo scudo della dea Pallade che nella Gigantomachia aveva svolto un ruolo fondamentale. 2. E inoltre momenti, personaggi, o anche semplici richiami, allusioni che però evocano la vicenda costituendo comunque a loro volta delle Gigantomachie – quasi per metonimia / sineddoche potrei dire. Di qui il termine in tondo e al plurale nel titolo di questo studio, che attiene non solo ai poemetti dedicati all’argomento, ma a una molteplicità di Gigantomachie nel senso anche di diffrazione del racconto nei testi, con tutte le sue potenzialità di attualizzazione e di rifunzionalizzazione. Il discorso mostra almeno un duplice interesse. Da un lato l’interpretazione simbolica del mito sfruttato in senso politico in diversi contesti a proposito degli oppositori di Roma: i barbari in primo luogo; dall’altro lato e nel contempo il suo valore metaletterario, il suo possibile utilizzo cioè in funzione specificamente panegiristica. Dunque il mito che si fa poesia e le interazioni tra il potere e la poesia che ripropone il mito. E il potere che diventa ‘mito’, il mito dei vincitori, proprio attraverso la poesia: il canto dei Giganti da Giove sconfitti ben si presta a esprimere anche, implicitamente, una qualche ambizione teorica nei rapporti tra poesia e potere. A questo si aggiunge il gusto preziosistico del dettaglio, il descrittivismo iconico di personaggi e azioni, ovvero l’ottica ecfrastica, l’atteggiamento da spettatore di fronte alla realtà: lo sguardo del poeta volentieri si posa su scene di indubbio pathos e attitudini teatrali, e le percepisce e le esibisce al lettore/ascoltatore nelle loro caratteristiche visive, plastiche.
Mito, poesia, potere. Gigantomachie latine tardoantiche / Bruzzone, Antonella. - (In corso di stampa).
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11388/240035
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