Giornata di studio sulla valutazione delle collezioni dei musei universitari, Bologna, Università di Bologna, 12 dicembre 2018 (Stefania Bagella) L’avvio del sistema introdotto dal D.lgs. 18/2012 (Introduzione di un sistema di contabilità economico-patrimoniale e analitica, del bilancio unico e del bilancio consolidato nelle università), con il passaggio per le università italiane alla contabilità economico-patrimoniale (Cep), ha avviato negli atenei italiani un processo di riflessione sul valore del patrimonio dei beni culturali di proprietà universitaria. La cognizione di valore monetario dei beni culturali porta con sé un significato ambiguo e quasi dicotomico: da una parte i valori immateriali, prettamente storici e identitari per la comunità, non solo universitaria, dall’altra l’indicazione normativa di attribuzione di un valore economico. La quantificazione del livello e del perimetro di attività attraverso indicatori finanziari non risulta particolarmente rilevante in organizzazioni come i musei universitari, dove il rapporto tra input e output è difficile da determinare e la necessità di legittimazione è costante. In tali situazioni, la produzione e diffusione di indicatori di performance può svolgere una funzione chiave nel demarcare confini e identità organizzativa. Tuttavia il dibattito su quale tipo di informazione soddisfi meglio questo bisogno è ad oggi aperto. Ad esempio, mentre per alcuni conoscere il valore monetario delle collezioni contribuirebbe positivamente al riconoscimento della loro rilevanza, per altri questa informazione devierebbe l’attenzione da altri aspetti maggiormente significativi, oltre a comportare criticità sia concettuali che tecniche. A partire da tali premesse, il Dipartimento di Scienze aziendali e il Sistema Museale d’Ateneo (SMA) dell’Università di Bologna hanno riunito presso la sede dei musei universitari di Palazzo Poggi curatori ed esperti degli atenei di Padova (Antonio Parbonetti, Giuliana Tomasella), Firenze (Giovanni Pratesi), Bologna (Roberto Balzani, Luca Zan, Paolo Ferri, Sabrina Gigli, Elisabetta Guccini, Angelo Paletta) Sassari (Stefania Bagella), Torino (Giancarla Malerba, Enrico Pasini), e dell’Associazione Nazionale Musei Scientifici (ANMS, Giacomo Giacobini) per presentare e discutere i molteplici aspetti teorici e le implicazioni pratiche, anche attraverso il confronto con esperienze internazionali. Un approccio interdisciplinare e complesso è quello proposto dall’ateneo bolognese: in questa sede si è avviata da alcuni anni una ricognizione nazionale sullo stato d’attuazione della nuova normativa, a partire dalle precondizioni operative. Il concetto di patrimonio – ha ricordato Roberto Balzani - anche sulla scorta dei principi della convenzione di Faro, è sempre meno centrato sulle cose e più sulle persone e sull’idea di “comunità di eredità”, che nel caso dell’università riflette una legittimazione identitaria dell’istituzione nel suo complesso e delle “genealogie disciplinari”. Le molteplici assunzioni di senso che i beni universitari possono rivestire evidenziano una serie di contraddizioni tra “la faticosa autonomia degli oggetti” e la stratificazione di valori accademici da una parte e gli indirizzi museologici contemporanei dall’altra. Alla ricerca della specificità dei musei universitari, Luca Zan si chiede se i musei siano protetti o oppressi dal loro status specifico, in un corto circuito tra problematiche accademiche, curatoriali e amministrative. Gli esperti del settore bilancio (Gigli, Guccini, Paletta) hanno sottolineato le difficoltà collegate alle pregresse gestioni inventariali, distinte e non omogenee, del patrimonio librario, delle opere d’arte, museali e d’antiquariato in contabilità finanziaria (COFI) e in passaggio alla contabilità economico patrimoniale (COPI), anche per l’assenza in riferimento al D.lgs. 18/2012 di criteri e regole operativi specifici per la sua valorizzazione, mentre dai confronti con altri atenei sono emersi approcci e soluzioni molto differenti. Premesso quindi che “la valutazione del patrimonio museale non può pienamente riflettere i valori culturali, storici, educativi di beni generalmente inalienabili, e constatato che il costo dell’eventuale processo di valutazione sarebbe elevato”, si è proceduto ad una valutazione parziale del patrimonio, coinvolgendo esperti delle materie interni all’istituzione per il riconoscimento dei beni e l’attribuzione del valore economico. Con riferimento allo Stato patrimoniale attuale (2016) non si è proceduto ad alcuna valorizzazione delle collezioni museali sia indisponibili, che non hanno mercato in quanto inalienabili, che disponibili. L’esperienza dell’Università di Padova conferma la difficoltà di definire un valore monetario da attribuirsi ai beni, anche in considerazione della stratificazione sull’oggetto, nel corso del tempo, di valori complessi. Come ha rilevato Antonio Parbonetti, un valore materiale non sarebbe determinabile né a partire dal costo originario del bene, né da quello (presunto) di mercato. Sorgerebbero inoltre numerosi inconvenienti nell’individuazione di un soggetto terzo in grado di fornire una stima, con riferimento in particolare alle assicurazioni. Un punto di partenza concreto per l’ateneo patavino è invece la valutazione ragionata dei risultati dell’azione dei musei, considerando “l’impegno pubblico e la valorizzazione del patrimonio culturale”. Giuliana Tomasella ha infatti evidenziato che il CAM - Centro di Ateneo per i Musei che coordina a Padova 13 musei scientifici – anche con l’obiettivo di arrivare a una stima patrimoniale, sta procedendo a una ricognizione inventariale e a specifiche azioni catalografiche: un prerequisito indispensabile che tuttavia richiede un investimento piuttosto impegnativo. Permane inoltre il problema del patrimonio disperso: costituito da materiali sparsi e collezioni ancora sconosciute (scattered collections), da singole strumentazioni, dagli arredi di valore storico (oltre 50 anni). L’Università di Padova punta a una politica museale integrata, con la prossima apertura (2021) del museo della natura e dell’uomo a Palazzo Cavalli e il trasferimento delle collezioni naturalistiche, presso l’ ex caserma Piave, a scopo non espositivo ma con finalità di deposito, restauro, conservazione e ricerca scientifica. Il confronto con le valutazioni patrimoniali preliminari effettuate in una realtà universitaria di minori dimensioni, quella di Sassari (Bagella), conferma che il ricorso a dati inventariali, il confronto con esperti curatori di musei ed erbari, associazioni di categoria, mercato antiquariale e naturalistico non è sufficiente a colmare la carenza di strumenti metodologici e d’indirizzo utili alla valutazione patrimoniale dei beni culturali storico-scientifici e naturalistici. Giovanni Pratesi (Firenze) ha approfondito il conflitto tra inalienabilità e valore economico dei beni, giacché “l’impossibilità della cessione sarebbe equiparabile alla rinuncia al beneficio economico da loro derivante. Di conseguenza, essi non dovrebbero essere rappresentati in bilancio come parte del patrimonio aziendale, poiché l’organizzazione che li possiede non sarebbe in grado di disporne liberamente.” Si individuano dunque due strategie complementari: una endogena, con riferimento al valore intrinseco, storico artistico e scientifico del bene, l’altra esogena, riferibile quando possibile ai prezzi di mercato. Sono utili a questo proposito principi generali e riferimenti internazionali. L’Università di Firenze guarda all’impostazione dello IASB (International Accounting Standard Board, Framework 1989) e dell’IPSASB (International Public Sector Accounting Standard Board) constatando che “non sarebbe tanto il diritto di proprietà che qualifica un’attività, quanto piuttosto il controllo dei benefici derivanti dal possesso e il diritto d’uso di un bene, a prescindere dal titolo giuridico in virtù del quale il bene è detenuto. Pertanto, l’inalienabilità di per se stessa non deve essere considerata un ostacolo al riconoscimento degli heritage assets in bilancio nell’ambito dell’attivo patrimoniale”, come beni a vita utile indefinita. L’ateneo bolognese ha seguito l’esempio della National Portrait Gallery di Londra che, sulla base dei criteri definiti dal Financial Reporting Standard 30 ‘Heritage Assets’, consente di procedere ad una valutazione parziale del patrimonio, valutando solo quei beni il cui valore sia disponibile e affidabile. Un ulteriore caso di studio e confronto internazionale (Ferri) evidenzia il permanere di notevoli ambivalenze anche laddove sia in atto, come in Australia, un processo ormai ventennale di valutazione del patrimonio, tra considerazioni di unicità e valori comunitari a carattere fortemente identitario e talvolta attinente la sfera del sacro. La sostanziale indisponibilità dei beni renderebbe - secondo i responsabili di alcuni dei maggiori musei australiani - irrealizzabile qualsiasi valutazione (no market no value), mentre altri sottolineano la necessità di una valutazione finanziaria almeno ai fini assicurativi e amministrativi.
Giornata di studio sulla valutazione delle collezioni dei musei universitari / Bagella, S.. - In: ANNALI DI STORIA DELLE UNIVERSITÀ ITALIANE. - ISSN 2724-5527. - 23:1(2019), pp. 193-194.
Giornata di studio sulla valutazione delle collezioni dei musei universitari
Stefania Bagella
2019-01-01
Abstract
Giornata di studio sulla valutazione delle collezioni dei musei universitari, Bologna, Università di Bologna, 12 dicembre 2018 (Stefania Bagella) L’avvio del sistema introdotto dal D.lgs. 18/2012 (Introduzione di un sistema di contabilità economico-patrimoniale e analitica, del bilancio unico e del bilancio consolidato nelle università), con il passaggio per le università italiane alla contabilità economico-patrimoniale (Cep), ha avviato negli atenei italiani un processo di riflessione sul valore del patrimonio dei beni culturali di proprietà universitaria. La cognizione di valore monetario dei beni culturali porta con sé un significato ambiguo e quasi dicotomico: da una parte i valori immateriali, prettamente storici e identitari per la comunità, non solo universitaria, dall’altra l’indicazione normativa di attribuzione di un valore economico. La quantificazione del livello e del perimetro di attività attraverso indicatori finanziari non risulta particolarmente rilevante in organizzazioni come i musei universitari, dove il rapporto tra input e output è difficile da determinare e la necessità di legittimazione è costante. In tali situazioni, la produzione e diffusione di indicatori di performance può svolgere una funzione chiave nel demarcare confini e identità organizzativa. Tuttavia il dibattito su quale tipo di informazione soddisfi meglio questo bisogno è ad oggi aperto. Ad esempio, mentre per alcuni conoscere il valore monetario delle collezioni contribuirebbe positivamente al riconoscimento della loro rilevanza, per altri questa informazione devierebbe l’attenzione da altri aspetti maggiormente significativi, oltre a comportare criticità sia concettuali che tecniche. A partire da tali premesse, il Dipartimento di Scienze aziendali e il Sistema Museale d’Ateneo (SMA) dell’Università di Bologna hanno riunito presso la sede dei musei universitari di Palazzo Poggi curatori ed esperti degli atenei di Padova (Antonio Parbonetti, Giuliana Tomasella), Firenze (Giovanni Pratesi), Bologna (Roberto Balzani, Luca Zan, Paolo Ferri, Sabrina Gigli, Elisabetta Guccini, Angelo Paletta) Sassari (Stefania Bagella), Torino (Giancarla Malerba, Enrico Pasini), e dell’Associazione Nazionale Musei Scientifici (ANMS, Giacomo Giacobini) per presentare e discutere i molteplici aspetti teorici e le implicazioni pratiche, anche attraverso il confronto con esperienze internazionali. Un approccio interdisciplinare e complesso è quello proposto dall’ateneo bolognese: in questa sede si è avviata da alcuni anni una ricognizione nazionale sullo stato d’attuazione della nuova normativa, a partire dalle precondizioni operative. Il concetto di patrimonio – ha ricordato Roberto Balzani - anche sulla scorta dei principi della convenzione di Faro, è sempre meno centrato sulle cose e più sulle persone e sull’idea di “comunità di eredità”, che nel caso dell’università riflette una legittimazione identitaria dell’istituzione nel suo complesso e delle “genealogie disciplinari”. Le molteplici assunzioni di senso che i beni universitari possono rivestire evidenziano una serie di contraddizioni tra “la faticosa autonomia degli oggetti” e la stratificazione di valori accademici da una parte e gli indirizzi museologici contemporanei dall’altra. Alla ricerca della specificità dei musei universitari, Luca Zan si chiede se i musei siano protetti o oppressi dal loro status specifico, in un corto circuito tra problematiche accademiche, curatoriali e amministrative. Gli esperti del settore bilancio (Gigli, Guccini, Paletta) hanno sottolineato le difficoltà collegate alle pregresse gestioni inventariali, distinte e non omogenee, del patrimonio librario, delle opere d’arte, museali e d’antiquariato in contabilità finanziaria (COFI) e in passaggio alla contabilità economico patrimoniale (COPI), anche per l’assenza in riferimento al D.lgs. 18/2012 di criteri e regole operativi specifici per la sua valorizzazione, mentre dai confronti con altri atenei sono emersi approcci e soluzioni molto differenti. Premesso quindi che “la valutazione del patrimonio museale non può pienamente riflettere i valori culturali, storici, educativi di beni generalmente inalienabili, e constatato che il costo dell’eventuale processo di valutazione sarebbe elevato”, si è proceduto ad una valutazione parziale del patrimonio, coinvolgendo esperti delle materie interni all’istituzione per il riconoscimento dei beni e l’attribuzione del valore economico. Con riferimento allo Stato patrimoniale attuale (2016) non si è proceduto ad alcuna valorizzazione delle collezioni museali sia indisponibili, che non hanno mercato in quanto inalienabili, che disponibili. L’esperienza dell’Università di Padova conferma la difficoltà di definire un valore monetario da attribuirsi ai beni, anche in considerazione della stratificazione sull’oggetto, nel corso del tempo, di valori complessi. Come ha rilevato Antonio Parbonetti, un valore materiale non sarebbe determinabile né a partire dal costo originario del bene, né da quello (presunto) di mercato. Sorgerebbero inoltre numerosi inconvenienti nell’individuazione di un soggetto terzo in grado di fornire una stima, con riferimento in particolare alle assicurazioni. Un punto di partenza concreto per l’ateneo patavino è invece la valutazione ragionata dei risultati dell’azione dei musei, considerando “l’impegno pubblico e la valorizzazione del patrimonio culturale”. Giuliana Tomasella ha infatti evidenziato che il CAM - Centro di Ateneo per i Musei che coordina a Padova 13 musei scientifici – anche con l’obiettivo di arrivare a una stima patrimoniale, sta procedendo a una ricognizione inventariale e a specifiche azioni catalografiche: un prerequisito indispensabile che tuttavia richiede un investimento piuttosto impegnativo. Permane inoltre il problema del patrimonio disperso: costituito da materiali sparsi e collezioni ancora sconosciute (scattered collections), da singole strumentazioni, dagli arredi di valore storico (oltre 50 anni). L’Università di Padova punta a una politica museale integrata, con la prossima apertura (2021) del museo della natura e dell’uomo a Palazzo Cavalli e il trasferimento delle collezioni naturalistiche, presso l’ ex caserma Piave, a scopo non espositivo ma con finalità di deposito, restauro, conservazione e ricerca scientifica. Il confronto con le valutazioni patrimoniali preliminari effettuate in una realtà universitaria di minori dimensioni, quella di Sassari (Bagella), conferma che il ricorso a dati inventariali, il confronto con esperti curatori di musei ed erbari, associazioni di categoria, mercato antiquariale e naturalistico non è sufficiente a colmare la carenza di strumenti metodologici e d’indirizzo utili alla valutazione patrimoniale dei beni culturali storico-scientifici e naturalistici. Giovanni Pratesi (Firenze) ha approfondito il conflitto tra inalienabilità e valore economico dei beni, giacché “l’impossibilità della cessione sarebbe equiparabile alla rinuncia al beneficio economico da loro derivante. Di conseguenza, essi non dovrebbero essere rappresentati in bilancio come parte del patrimonio aziendale, poiché l’organizzazione che li possiede non sarebbe in grado di disporne liberamente.” Si individuano dunque due strategie complementari: una endogena, con riferimento al valore intrinseco, storico artistico e scientifico del bene, l’altra esogena, riferibile quando possibile ai prezzi di mercato. Sono utili a questo proposito principi generali e riferimenti internazionali. L’Università di Firenze guarda all’impostazione dello IASB (International Accounting Standard Board, Framework 1989) e dell’IPSASB (International Public Sector Accounting Standard Board) constatando che “non sarebbe tanto il diritto di proprietà che qualifica un’attività, quanto piuttosto il controllo dei benefici derivanti dal possesso e il diritto d’uso di un bene, a prescindere dal titolo giuridico in virtù del quale il bene è detenuto. Pertanto, l’inalienabilità di per se stessa non deve essere considerata un ostacolo al riconoscimento degli heritage assets in bilancio nell’ambito dell’attivo patrimoniale”, come beni a vita utile indefinita. L’ateneo bolognese ha seguito l’esempio della National Portrait Gallery di Londra che, sulla base dei criteri definiti dal Financial Reporting Standard 30 ‘Heritage Assets’, consente di procedere ad una valutazione parziale del patrimonio, valutando solo quei beni il cui valore sia disponibile e affidabile. Un ulteriore caso di studio e confronto internazionale (Ferri) evidenzia il permanere di notevoli ambivalenze anche laddove sia in atto, come in Australia, un processo ormai ventennale di valutazione del patrimonio, tra considerazioni di unicità e valori comunitari a carattere fortemente identitario e talvolta attinente la sfera del sacro. La sostanziale indisponibilità dei beni renderebbe - secondo i responsabili di alcuni dei maggiori musei australiani - irrealizzabile qualsiasi valutazione (no market no value), mentre altri sottolineano la necessità di una valutazione finanziaria almeno ai fini assicurativi e amministrativi.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


