La chiesa di Santa Maria di Orria Pithinna (Chiaramonti) in Anglona, pervenutaci in una forma modificata dai lavori degli anni Venti-Trenta del Trecento, rappresenta il segno identificativo nel paesaggio contemporaneo dell’antichità del luogo e del suo interesse storico. I saggi contenuti in questo volume permettono oggi, grazie al contributo di numerosi studiosi, di capire con maggior precisione la natura di questo sito complesso, nel quale accanto ad un villaggio presumibilmente già esistente nel XII secolo, a partire dal 1205 si venne a costituire un monastero camaldolese, che viene citato il 6 Novembre 1209 come «monasterium in Orrea». Oltre a soffermarsi sull’analisi storico stilistica e dei restauri della chiesa del monastero, che era stata donata nel 1205 all’Eremo di San Salvatore di Camaldoli dalla nobildonna Maria de Thori, il libro propone un approccio archeologico al sito, alla identificazione delle aree distinte del villaggio e del monastero ed alle ricadute storiografiche determinate dall’applicazione delle metodologie archeologiche. Le ricognizioni di alta intensità dell’area hanno evidenziato le tracce archeologiche del villaggio di Orria Pithinna, ad una quota leggermente inferiore della chiesa di S. Maria de Orria Pithinna, nelle cui adiacenze tracce di alcune strutture murarie appaiono riferibili al priorato camaldolese, che doveva trovare nell’edificio ecclesiastico il proprio riferimento. L’osservazione attenta delle strutture della chiesa ha permesso di identificare un importante corpus di epigrafi e graffiti, estremamente significativo per la storia del priorato camaldolese di Orria Pithinna. La domanda più complessa da porre oggi nell’agenda della ricerca archeologica è comunque su quali temi ad Orria Pithinna, come negli altri casi di siti bipolari “monastero-villaggio”, l’archeologia possa lavorare in modo efficace, oltre che sulla cronologia, sull’organizzazione spaziale, sulle tecniche costruttive, sulle risorse economiche e sugli altri campi di indagine che le sono tradizionalmente più familiari. L’interrogativo è se sia possibile pensare ad un contributo incisivo della ricerca archeologica – oltre che nella modellistica dell’insediamento – nell’indagine sulla complessità sociale, sulla conflittualità e sulle dinamiche che governarono i rapporti tra le comunità locali, in parte dipendenti ed i monasteri, in relazione alle trasformazioni intervenute con l’inserimento delle comunità monastiche benedettine, dalla metà dell’XI fino al XIII secolo, nello sfruttamento delle campagne sarde

Il villaggio medievale e il priorato camaldolese di Orria Pithinna. Fragilità e forza di un insediamento "bipolare", tra fonti scritte e archeologiche / MILANESE M. - 3:(2012), pp. 11-24.

Il villaggio medievale e il priorato camaldolese di Orria Pithinna. Fragilità e forza di un insediamento "bipolare", tra fonti scritte e archeologiche

MILANESE, Marco
2012

Abstract

La chiesa di Santa Maria di Orria Pithinna (Chiaramonti) in Anglona, pervenutaci in una forma modificata dai lavori degli anni Venti-Trenta del Trecento, rappresenta il segno identificativo nel paesaggio contemporaneo dell’antichità del luogo e del suo interesse storico. I saggi contenuti in questo volume permettono oggi, grazie al contributo di numerosi studiosi, di capire con maggior precisione la natura di questo sito complesso, nel quale accanto ad un villaggio presumibilmente già esistente nel XII secolo, a partire dal 1205 si venne a costituire un monastero camaldolese, che viene citato il 6 Novembre 1209 come «monasterium in Orrea». Oltre a soffermarsi sull’analisi storico stilistica e dei restauri della chiesa del monastero, che era stata donata nel 1205 all’Eremo di San Salvatore di Camaldoli dalla nobildonna Maria de Thori, il libro propone un approccio archeologico al sito, alla identificazione delle aree distinte del villaggio e del monastero ed alle ricadute storiografiche determinate dall’applicazione delle metodologie archeologiche. Le ricognizioni di alta intensità dell’area hanno evidenziato le tracce archeologiche del villaggio di Orria Pithinna, ad una quota leggermente inferiore della chiesa di S. Maria de Orria Pithinna, nelle cui adiacenze tracce di alcune strutture murarie appaiono riferibili al priorato camaldolese, che doveva trovare nell’edificio ecclesiastico il proprio riferimento. L’osservazione attenta delle strutture della chiesa ha permesso di identificare un importante corpus di epigrafi e graffiti, estremamente significativo per la storia del priorato camaldolese di Orria Pithinna. La domanda più complessa da porre oggi nell’agenda della ricerca archeologica è comunque su quali temi ad Orria Pithinna, come negli altri casi di siti bipolari “monastero-villaggio”, l’archeologia possa lavorare in modo efficace, oltre che sulla cronologia, sull’organizzazione spaziale, sulle tecniche costruttive, sulle risorse economiche e sugli altri campi di indagine che le sono tradizionalmente più familiari. L’interrogativo è se sia possibile pensare ad un contributo incisivo della ricerca archeologica – oltre che nella modellistica dell’insediamento – nell’indagine sulla complessità sociale, sulla conflittualità e sulle dinamiche che governarono i rapporti tra le comunità locali, in parte dipendenti ed i monasteri, in relazione alle trasformazioni intervenute con l’inserimento delle comunità monastiche benedettine, dalla metà dell’XI fino al XIII secolo, nello sfruttamento delle campagne sarde
978-88-7814-536-8
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